Marianna, è il titolo della mia favola.
Qualche anno fa, in una città del sud, una stella mi ha scelta.
In un secondo ci siamo guardate e sono nata madre.
Nel suo sguardo, ho scroso un framento di me sconosciuto.
In un abbraccio, ho colto un fiore vellutato.
Lei è piccola ma già vola e ha gli occhi di sole.
Come un'onda del mare mi travolge e mi trascina in un prato di nuvole.
Piccoli piedi sorridenti, mani lunghe sempre in movimento.
Da quando è spuntata profuma di pulito, tinge di bianco, disegna linee sconosciute.
Parla sempre di mondi che non esistono, di animali, di fate e di magie.
Io posso annusarli mentre li stringe tra le mani.
Occhi come olive nere, occhi di bolle di sapone e di farfalle.
Legge nei suoi libri di principesse e di principi, di mamme e di bambini, eppure vede solo figure.
Lei è “mamma raccontami una storia”.
Lei è “mamma parla con me”.
Lei è “mamma noi siamo sempre insieme”.
Ha inventato un sentiero nella mia vita.
Lo esploro nei giorni che passano, nei vestiti che non le vanno e nelle tante parole che impara.
Una trottola mi gira intorno, mi confonde, mi emoziona.
Un motivo, un tema, un ritornello.
Un lieto fine ad ogni “Buonanotte”.
lunedì 12 maggio 2008
giovedì 8 maggio 2008
Juno

Ieri sera io e il mio maritino abbiamo visto questo film intitolato "Juno".
Mi è piaciuto tantissimo, davvero come pochi.
In genere sono una dai gusti non difficili, ma limitati. Non so bene cosa deve avere un libro o un film per restare perennemente impresso nella mia memoria, non vorrei dire banalità come mi deve emozionare o commuovere, ma un po' è così.
Amo tutto ciò che mi suggerisce tenerezza, sogno, sentimento.
"Juno" racconta di una ragazzina che a sedici anni resta incinta dopo aver avuto un rapporto d'amore con un ragazzino suo coetaneo di cui ancora non si è scoperta innamorata.
Dall'inizio del film l'atmosfera di leggerezza, che mai è superficialità, mi ha letteralmente catturata.
Nella realtà siamo tutti tremendamente drammatici, non senza motivo, ma se solo potessimo riscoprire una certa ingenuità...
La reazione dei genitori è sconvolgente, non si arrabbiano, non la odiano, ma prendono la notizia con brillante ironia accompagnando la ragazza nel suo percorso difficile fino alla fine.
Poi c'è l'amore tenero dei due protagonisti che mi ha ricordato l'immensa fortuna di aver sposato l'unico ragazzo che abbia mai amato, l'unico con cui ho condiviso tutto dai miei 15 anni in poi.
Il sesso della scena iniziale è solo una cornice al cui interno c'è la splendida istantanea di un sentimento pulito, tenero, d'altri tempi.
Mi è sembrato carino che non si rappresentassero i sedicenni come degli stupidi maniaci del sesso come accade in molte serie televisive. I due adolescenti sono davvero degli adolescenti, pieni di musica, di sogni, di modi di dire.
Una particolare attenzione darei alla colonna sonora, sono sincera, in genere non ci bado, ma in questo film tutto, compreso la musica ha contribuito a creare l'atmosmfera di leggerezza di cui parlavo sopra.
Una particolarità letta su un sito: il regista Jason Reitman ha offerto la sceneggiatura ad una blogger di nome Diablo Cody, scoperta su internet, in quanto colpito dal suo linguaggio giovanile, audace e pungente, linguaggio che la scrittrice ha riportato nel film comtribuendo al suo successo.
domenica 13 aprile 2008
Arte e scrittura
Mi ricollego ad un discorso che tenevo con mio fratello in questi giorni.
Si parlava del romanzo contemporaneo lamentando la mancanza di innovazione soprattutto dal punto di vista strutturale e in un certo senso il lento soccombere della forma e della parola come mezzi per rendere artisticamente la realtà.
In genere siamo abituati al romanzo completo di testa, corpo e conclusione.
Quando ci si trova in mano un romanzo con una forma non dico complessa ma semplicemente diversa sembra difficile per un lettore rapportarsi al testo, si cerca nelle parole un contenuto in cui immedesimarsi o da cui sentirsi coinvolto, dimenticando la funzione creativa della parola.
Ieri sera nel mio letto mi è venuto in mente un dipinto che durante l'università ho amato molto, "Alcuni cerchi" di Kandinsky.
Quando ho iniziato il corso di storia dell'arte contemporanea pensavo che qualcuno mi dovesse insegnare ad interpretare quei numerosi quadri astratti che non capivo.
In realtà non avevo capito niente dell'arte astratta. Col tempo mi sono data delle risposte.
Se una persona si approccia ad un quadro astratto con la pretesa di comprendere ciò che l'autore voleva comunicare, sbaglia.
L'impatto immediato, diciamo superficiale con le forme è quanto basta per dare origine a un lavoro interiore. Credo che il fine di quei grandi artisti non fosse rappresentare qualcosa (se avessero voluto l'avrebbero fatto) ma creare qualcosa che fosse in grado di stuzzicare l'immaginazione del fruitore.
Le forme e i colori usati dall'artista sono in grado di destare la fantasia; Un'immagine astratta è il tramite attraverso cui milioni di persone danno origine a mondi diversi. Ognuno può cogliere una caratteristica, una sfumatura che rende emozionante l'incontro con l'arte.
Forme e colori sono segni, usati con genialità per produrre qualcosa capace di evocare "altro".
Anche le parole sono segni ma nella nostra letteratura vengono usati essenzialmente come veicoli di un significato preciso tralasciando che le parole possono essere veicoli di significati sia oggettivi che soggettivi, inerenti alla sensibilità di ciascuno.
Se un artista geniale ha saputo usare forme e colori per rendere visibile nella mente del fruitore l'invisibile, un geniale scrittore potrebbe usare le parole non come mezzi per costruire una storia fatta di testa, corpo e conclusione, ma come tramite per provocare la soggettività . Si potrebbe, in questo modo, lasciare un po' di spazio al lettore per costruire una propria realtà partendo da indizi incerti. Questo non credo voglia dire abbandonare il lettore a se stesso ma dargli la possibilità di interagire col testo.
Capisco che a volte si legge un romanzo solo per emozionarsi, per essere coinvolti in storie che non dubito possano essere belle e scritte in modo impeccabile.
Però col tempo si rischia di ingabbiare il romanzo, di togliere al testo la possibilità di produrre.
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